Giuseppe Giaquinto

Il blog (quasi) personale volutamente senza effetti speciali

Categoria: amarezze

2 Febbraio.

Ne abbiamo festeggiati di compleanni…
Da quando, durante gli anni del liceo, il compleanno capitava sempre di domenica…  Per via di quella odiosa abitudine di portare i dolci a scuola…

E poi, negli anni successivi, i pranzi luculliani, quelli si che capitavano sempre di domenica, per festeggiare con amici e parenti…

Fino a quel compleanno, l’ultimo, alla festa a sorpresa, alla gioia semplice di una serata tutti insieme.

2 febbraio. Buon compleanno, ovunque tu sia.

Dedicato a tutti quelli che…

“Mediterraneo”: il film di Gabriele Salvatores che vinse l’oscar come miglior film straniero nel 1992.

Lo vidi per la prima volta nel 2002, in DVD, sul mio notebook.
Un modo indegno di vedere un film del genere, lo so. Ma non contava molto il “come”; importante era che l’avessi visto, quel film di cui avevo spesso sentito parlare.

Mi piacque subito. Nella mia personale classifica dei film più belli, Mediterraneo è al terzo posto. Mi colpirono l’atmosfera malinconica e “sfumata” del film, oltre alla straordinaria ambientazione in un’isola greca.

Pochi personaggi, semplici; malgrado l’ambientazione negli anni della seconda guerra mondiale, essi potrebbero tranquillamente essere personaggi dei nostri giorni. Con alcuni dialoghi davvero straordinari.

“Mediterraneo”, il DVD originale. Il mio caro amico me lo chiese una volta. Aveva visto il film e gli era piaciuto, voleva rivederlo. E io ovviamente glielo prestai.

Conoscendo il tipo, ero sicuro che di lì a qualche giorno il DVD sarebbe ritornato a casa mia. Gli chiesi scherzando ”Lo sai che secondo la legge di Murphy il modo migliore per ottenere la restituzione di un libro o di un film prestato è acquistarlo di nuovo?”

Ma non era ovviamente il suo caso e lo sapevamo entrambi. Dopo un mese, però, il DVD era ancora nelle sue mani.
“Sai ieri sera ho rivisto Mediterraneo”…
Non contai le volte che udii questa frase. Non ricordo nemmeno dopo quanto tempo mi restituì il DVD.

“Quante volte l’hai visto?” gli chiesi. “Ah non so, almeno una quindicina”, mi rispose.
Conosceva ormai a memoria le battute migliori. E si divertiva a citarle, specialmente quelle del sergente Lorusso (Diego Abatantuono).

So che, successivamente, comprò a sua volta il DVD originale del film.

Magari per vederlo tante altre volte e per incantarsi nuovamente a vedere l’isola greca di Castellorizzo ed il suo mare.
A vedere i militari italiani che dimenticano completamente di essere in guerra.
A riascoltare la colonna sonora di Bigazzi.
A riassaporare la vena nostalgica e malinconica che pervade il film.

Anch’io ho visto più volte “Mediterraneo”. L’ultima volta è stata nel 2008, credo. Da allora, non ho mai più avuto la forza di rivederlo.
Già in tempi normali il film mi rendeva malinconico e nostalgico. Dal 2008 in poi, rivederlo mi avrebbe sicuramente intristito e ricordato troppe cose.

E allora è meglio di no, meglio lasciare il DVD dov’è.

Anche se, di tanto in tanto, come un sussurro udito da lontano, mi ritorna in mente la frase di chiusura del film:

“Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”.

Non me ne ero dimenticato

No, certo non avevo dimenticato che ieri 2 febbraio era il compleanno di Umberto.
Avevo però deciso di non scrivere niente, per non inciampare nella retorica.
Ho cambiato idea. Ma solo per segnalare a chi legge il mio blog quello che ha scritto Maria Rosaria.

Senza se e senza ma

Berlusconi colpito al volto: naso e denti rotti

Berlusconi colpito al volto: naso e denti rotti


Non c’è, ora, da fare nessun distinguo e nessuna precisazione. La violenza è violenza, punto e basta, né di destra, né di sinistra, né di matti, né di sani di mente.
Violenza è violenza e come tale va sempre condannata e respinta.
Non credo bisogna essere berlusconiani o di sinistra per provare sdegno nel guardare le immagini impietose di Berlusconi colpito al volto e sanguinante.
Colpire Berlusconi al volto è un atto vile e barbarico, indegno di un paese civile.
Onestamente, non so come si faccia a essere contenti di tutto ciò (è il caso dei gruppi su Facebook). Se si esulta quando un uomo politico viene colpito al volto, stiamo messi proprio male.

Un anno.

adesso e per quando tornerà il tempo…
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare…
[V. Capossela - Ovunque Proteggi]

Un anno è già passato da quel giorno

Guerra e ipocrisia.

Guerra e ipocrisia.
6 soldati italiani morti in un attentato a Kabul. Di nuovo, sangue italiano viene sparso nel mondo.
Al di fuori di ogni retorica, è un brutto giorno. Di dolore per 6 famiglie e sei comunità e per una nazione intera. A quei sei uomini, quasi tutti miei coetanei, sono grato. La loro morte mi rattrista moltissimo.
Ma questo dolore genera in me una rabbia, forte, la rabbia per le troppe ipocrisie che circolano e che andrebbero combattute una ad una, con decisione.
“In Afghanistan è una missione di pace”.
Mi sono sempre chiesto come mai le missioni di pace si fanno con carri armati e blindati, strumenti tipici di guerra. Diceva Colin Powell, che di certo non è una colomba,
“gli eserciti non sono fatti per accompagnare i bambini a scuola e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Gli eserciti sono fatti per uccidere nemici e per distruggere cose”. (Vedi l’articolo di V. Zucconi)
“In Afghanistan siamo per snidare i terroristi”.
Decidiamoci. Siamo lì a caccia di Bin Laden? Chi? Gli Italiani? Gli Europei? O solo gli Americani? E perchè dopo aver invaso l’Afghanistan, Bush decise di inviare un numero enormemente superiore di soldati in Iraq, fregandosene (relativamente) dell’Afghanistan? E con i mezzi che il mondo occidentale ha a disposizione, possibile che in otto anni di Bin Laden non si sia vista nemmeno la coda?
“In Afghanistan siamo per esportare la democrazia”.
Balla. Si esportano merci, non un sistema politico. Neanche il paragone con l’Italia liberata del 1943/45 tiene. Noi venivamo da anni di storia ed eravamo storicamente pronti alla democrazia. In Afghanistan (come in Iraq) non sanno nemmeno cosa sia la democrazia e chissà se la vogliono veramente. Comunque, la mia idea ferma è che la democrazia non sia un automobile da commercializzare su un mercato estero.
“Se ce ne andiamo, il paese sprofonda nel caos e le donne avranno vita durissima”.
Vero. In realtà, l’avevano anche prima, non è che sia cambiato granchè. Ma, di nuovo, mettiamoci d’accordo: siamo andati per snidare i terroristi, per una missione di pace, per esportare la democrazia o per garantire la qualità della vita alle persone? Se la risposta vera fosse l’ultima, ossia per garantire la qualità della vita alle donne e alle persone tutte, ci alzeremmo tutti in piedi ad applaudire il nobilissimo intento. Infatti, il problema della condizione di vita delle persone (e della donna in particolare) in Afghanistan è vero e drammatico.
Ma questa è un’altra palla costruita ad arte. Se fosse davvero così (e non lo è), dovremmo inviare soldati in almeno altri 20 paesi del mondo dove c’è guerra ed in un’altra cinquantina dove i diritti umani vengono calpestati.
“Conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi”.
Lo ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini. Cito di nuovo Zucconi: E’ esattamente quello che 500 mila soldati americani cercarono di fare per quasi 15 anni, lasciando sul campo, insieme con l’onore dell’America, quasi 60 mila americani e milioni di vietnamiti uccisi.
“Siamo lì per ricostruire”.
Questa è una palla oscena inventata dagli americani. “Ricostruire” cosa? Perchè Ri – costruire? Per costruire, ma sul serio, non mi risulta che ci sia bisogno dell’esercito per le strade, i ponti, le ferrovie, le scuole, gli ospedali. C’è bisogno di operai, ingegneri, tecnici, materiali, logistica. Non carri armati e bombe. Quelli servono per distruggere. Non per costruire né per ricostruire.
“La politica deve essere capace di trovare una soluzione”.
Nell’ultimo decennio, la politica internazionale e la politica estera degli USA sono state capaci di trovare un unica soluzione ai problemi: guerra. Preventiva, di difesa, di attacco, da esportazione, guerra per portare la pace. Chiamatela come volete, ma sempre guerra è.

6 soldati italiani morti in un attentato a Kabul. Di nuovo, sangue italiano viene sparso nel mondo.

Al di fuori di ogni retorica, è un brutto giorno. Di dolore per 6 famiglie e sei comunità e per una nazione intera. Sei militari italiani, sei uomini, sei miei coetanei, sono caduti. La loro morte mi rattrista moltissimo.

Ma questo dolore genera una rabbia, forte. Rabbia per le troppe ipocrisie che circolano e che vanno combattute una ad una, con decisione.


Ipocrisia 1: “In Afghanistan è una missione di pace”.

Mi sono sempre chiesto come mai le missioni di pace si fanno con carri armati e blindati, strumenti tipici di guerra. Diceva Colin Powell, che di certo non è una colomba,

“gli eserciti non sono fatti per accompagnare i bambini a scuola e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Gli eserciti sono fatti per uccidere nemici e per distruggere cose”.


Ipocrisia 2: “In Afghanistan siamo per snidare i terroristi”.

Decidiamoci.
Siamo lì a caccia di Bin Laden, si o no? Chi? Noi Italiani? Gli Europei? O solo gli Americani?
E perchè dopo aver invaso l’Afghanistan, Bush decise di inviare un numero enormemente superiore di soldati in Iraq, fregandosene (relativamente) dell’Afghanistan?

Ed è mai possibile che in otto anni di Bin Laden non si sia vista nemmeno l’ombra?


Ipocrisia 3: “In Afghanistan siamo per esportare la democrazia”.

Balla.
Si esportano merci, non un sistema politico.  In Afghanistan (come in Iraq) non sanno nemmeno cosa sia la democrazia e chissà se la vogliono veramente.  La democrazia non è una merce, non la si esporta. Eppure continuiamo a cullarci in questa menzogna.


Ipocrisia 4: “Se ce ne andiamo, il paese sprofonda nel caos e le donne avranno vita durissima”.

Vero.
In realtà, la vita era durissima anche prima, non è che sia cambiato granchè.

Ma, di nuovo, mettiamoci d’accordo. Siamo andati per snidare i terroristi, per una missione di pace, per esportare la democrazia o per garantire la qualità della vita alle persone?

Se la risposta vera fosse l’ultima, cioè per garantire la qualità della vita alle donne e alle persone tutte, allora dovremmo alzarci tutti in piedi ad applaudire il nobilissimo intento.
Infatti, il problema della condizione di vita delle persone (e della donna in particolare) in Afghanistan è reale e drammatico.

Ma questa è un’altra palla costruita ad arte. Se fosse davvero così, e non è così, dovremmo inviare soldati in almeno altri 20 paesi del mondo dove c’è guerra ed in un’altra cinquantina dove i diritti umani vengono calpestati.

Mappa dei conflitti nel mondo

Mappa dei conflitti nel mondo


Ipocrisia 5: “Conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi”
.

Lo ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini. Cito Zucconi:

E’ esattamente quello che 500 mila soldati americani cercarono di fare per quasi 15 anni, lasciando sul campo, insieme con l’onore dell’America, quasi 60 mila americani e milioni di vietnamiti uccisi.


Ipocrisia 6: “Siamo lì per ricostruire”.

Questa è una “palla” mostruosa.
“Ricostruire” cosa? Ricostruire dove? Perchè “
Ri-costruire?

Non mi risulta che ci sia bisogno dell’esercito per costruire le strade, i ponti, le ferrovie, le scuole, gli ospedali.

C’è bisogno semmai di operai, ingegneri, tecnici, materiali, logistica.
Non c’è bisogno di carri armati e bombe. Quelli servono per distruggere. Non per costruire. Né per ricostruire.


Ipocrisia 7: “La politica deve essere capace di trovare una soluzione”.

Carri armati e soldati in azione

Nell’ultimo decennio, la politica internazionale, che spessissimo ha coinciso con la politica estera degli USA, è stata capace di trovare un’unica soluzione ai problemi: la guerra.

Guerra preventiva, guerra di difesa, guerra di attacco, guerra ai terroristi, guerra all’asse del male, guerra da esportazione, guerra per portare la pace.

Chiamatela come volete, ma sempre guerra è.

Ogni volta…

 

foto del terremoto a L'Aquila

foto del terremoto a L'Aquila - 06 aprile 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni volta che capita un evento del genere, a me e a chi come me ha vissuto il sisma dell’Irpinia del 1980, si stringe il cuore. Capisco in pieno cosa significa vivere un dramma del genere.

A chi è stato tanto duramente colpito da questa tragedia, tutta la mia solidarietà.

Tutto il mio disprezzo

Farei volentieri a meno di scrivere ciò che segue. Ma la pazienza ha un limite, e stavolta è stato abbondantemente superato. E allora devo esprimere tutto il mio sdegno per quanto ho dovuto ascoltare nei giorni e nei mesi scorsi.
Faccio un breve passo indietro per spiegare meglio la storia.

Credo che quasi tutti coloro che frequentano il mio blog conoscano la tragica storia del carissimo amico Umberto, deceduto lo scorso 19 ottobre, Leggi tutto »