No, non parlo di Dustin Hoffman e della sua celeberrima interpretazione nel film “Il laureato”.
Stavolta prendo spunto da alcune letture recent e da commenti letti in rete per esprimere un mio giudizio personale sul laureato(a) in Scienze della Comunicazione e sul corso di Laurea.
Nello specifico, il mio giudizio si riferisce al corso di laurea presso l’università di Salerno e risente del fatto che io abbia conseguito la laurea nel lontano 1998, dodici anni fa.
Io fui il primo iscritto dell’anno accademico 1992/1993. Quell’anno, il corso di laurea veniva introdotto per la prima volta in diversi atenei italiani, mentre per Salerno era già il secondo anno.
Fu un anno tremendo: la prima lezione, Sociolinguistica, dovette essere rinviata di una settimana. L’aula che ci era stata destinata poteva contenere circa 150 persone, quando invece gli iscritti di quell’anno erano più di mille.
Dall’anno successivo, sarebbe stato istituito il numero chiuso: particolare che i docenti tenevano bene in considerazione quando uno come me, che non aveva effettuato alcun test di ammissione, si presentava agli esami.
Tanta teoria, ricordo. Anche troppa. Pratica, quasi zero.
Ricordo l’esame di informatica generale: molti prenotavano la postazione informatica del dipartimento per esercitarsi, ma era decisamente una soluzione precaria ed insufficiente. Ricordo anche la prova di inglese: c’era molta gente che di inglese sapeva solo “Yes” e “Thank you”. Non era un caso.
È un segreto di Pulcinella che l’Università italiana sia troppo teorica e poco pratica.
Che Scienze della Comunicazione sia troppo teorica e poco pratica è altrettanto risaputo.
Credo, però, che una solida base teorica sia imprescindibile per qualsiasi tipo di figura professionale.
Giurisprudenza crea il futuro avvocato, Ingegneria il futuro ingegnere, Economia il futuro Commercialista. Almeno, questa è la superficiale idea generale. Scienze della comunicazione crea, o dovrebbe creare, il comunicatore. Basandosi su questa ipotesi, la mia generazione universitaria, quella dei primi “comunicatori” laureati, ha avuto la presunzione di credere che bastasse una laurea per diventare Montanelli o un genio del marketing. Non so se gli studenti degli anni successivi abbiano avuto la stessa presunzione, fatto sta che tali aspirazioni frustrate hanno generato uno scoraggiamento generalizzato.
Proseguo nel parallelo con le altre facoltà che ho citato poco fa.
Prima di diventare avvocato, la gavetta è lunga. Prima di diventare un avvocato affermato, la trafila diventa lunghissima e complicata. Idem per il commercialista. Idem per l’ingegnere.
Ho diversi amici tra le categorie che ho citato: nessuno, ribadisco, nessuno è riuscito ad imporsi immediatamente sul mercato del lavoro, se non dopo un certo periodo di gavetta.
In tutta onestà, non riesco a trovare motivi validi per cui Scienze della Comunicazione debba essere esentata dallo scotto della gavetta. Ovviamente parlo di una “gavetta” accettabile, non di sfruttamento da parte di pseudo datori di lavoro.
In sintesi, “comunicatori” si può anche nascere, ma questo è un altro discorso; diventare “comunicatori” è un percorso – affascinante – che vede la laurea come uno dei passi da affrontare.
Scienze della Comunicazione fornisce ottimi strumenti conoscitivi; è utilissimo per avere una visione allargata del contesto sociale, economico e lavorativo; predispone ad una grande elasticità mentale.
Ma da sola non basta. Bisogna poi mettere in conto la gavetta, la voglia di mettersi in gioco ed in competizione. E la tenacia per aggiornarsi sempre, ma proprio sempre. Partendo dall’ABC, ossia da informatica ed inglese. Ricordate che ho scritto poco fa che molti aspiranti comunicatori sapevano a stento dire “Thank you”? E se dopo la laurea quegli stessi soggetti conoscono soltanto tre parole di inglese in più, la colpa di chi è? Dell’Università? Del corso di laurea?
Rimbocchiamoci sempre le maniche: i sogni di gloria che facevamo durante il corso di studi richiedono sudore e fatica, non è stata sufficiente la sola laurea a farli avverare. Con tutta probabilità, chi è caduto in questo errore ed ha creduto che la laurea fosse un punto d’arrivo si è ritrovato inesorabilmente col sedere a terra.
Anche se questo è un ragionamento valido per tutti i corsi di laurea, non solo per quello in comunicazione.

Pensavo che volessi infierire di più sul laureato in Scienze della comunicazione. Ma, tutto sommato, sono d’accordo.
Anche io ricordo benissimo il mio primo giorno di lezione. Novembre 2000, aula ex centro stampa gremita dei 400 ammessi al corso di laurea, il prof. D’Agostino: “Se vi siete iscritti qui per fare i giornalisti non avete capito niente”!
E perché avrei dovuto infierire? Comunque, tra le righe, non sono stato certo tenero in alcuni passaggi, come quando parlo di persone che sono rimaste con il sedere per terra e quando scrivo di “presunzione”.
Caro Peppe, credo che il tuo sia un ottimo post di orientamento degno di essere attaccato nella bacheca del centro orientamento di molte università.
La laurea non è un punto di arrivo e di partenza, hai ragione basterebbe che qualcuno lo dicesse quando si inizia.. quando io ho finito gli studi tutti mi hanno suggerito il master, io ho cercato di lavorare, imparare questo mestiere, difficile perchè in realtà siamo noi a battere la strada di questo mestiere.
Troppo facile è sentire dire che questo tipo di laurea non da futuro, perchè il futuro bisogna costruirselo da soli per chi decide di fare il comunicatore.
Due cose mi ha insegnato Emilio D’Agostino: che questo è un lavoro che ti chiede di non fermarti mai e di essere sempre al passo con i tempi e due che per laurearsi bastava studiare, non dimenticherò mai queste parole: “i geni si laureano in 5 anni con 110 e lode, le persone normali anche…”
Leggo solo ora i vostri commenti. Dopo averne parlato a voce con Marì. Non so perché ma non mi arrivano notifiche.
Giuseppe, è vero che non sei stato tenero; ma io – come dicevo a Maria – spesso dico cose peggiori. In queste considerazioni prima o poi siamo incappati tutti. Sono perfettamente d’accordo con voi: la laurea non è un punto di arrivo. Il problema è che tutti – dico tutti – dovrebbero apprenderlo al momento dell’iscrizione all’Università. Non dopo!